Mamme

Tutta la verità sul mio parto traumatico

Oliver, il mio figlio più grande, ha 7 anni. Il mio primogenito ha due occhioni enormi come quelli di Bambi; e, se devo essere onesta, ho iniziato a godermelo davvero solo dopo i suoi 10 mesi.

Ho avuto un parto traumatico. Prima l’induzione e poi un cesareo d’emergenza, che già di per sé ti mette ansia perché sai che non sei più tu ad avere il controllo e non riesci a non pensare che non era così che doveva andare. E poi il dolore, quello fisico, quello emotivo. E la velocità con cui accade il tutto. E poi il sollievo, finalmente. Ma non per tutti.

Benché io abbia alluso più volte alle difficoltà legate al mio primo parto, non ne ho mai parlato veramente, né tantomeno approfondito, perché proprio non ce la facevo. Ma adesso sono pronta.

All’ottavo mese mi hanno diagnosticato la colestasi gravidica, una patologia di cui ancora non si sa molto, ma su cui la ricerca sta ancora lavorando, il che ha significato esami costanti e molta preoccupazione proprio verso la fine della gravidanza…

Ho dovuto affrontare dei momenti difficili, sia durante le ultime settimane della gravidanza, sia durante i mesi successivi. Per fortuna, ho potuto contare sulla forza della mia famiglia e sul sostegno dei terapisti. Sono stata fortunata.

Ma devo essere sincera, è stata anche la mia seconda gravidanza a farmi guarire, perché la seconda volta è filato tutto liscio… ma ancora oggi ammetto che guardare Oliver che dorme, con quelle sue ciglia lunghissime che si muovono ad ogni suo respiro, mi fa commuovere.

Sto ancora male per quell’anno che ho perso, un anno in cui sarei dovuta essere su di giri dalla felicità, un anno della mia vita per cui mi ero preparata da tempo (è da quando ero piccola che non vedevo l’ora di diventare mamma)… Piango per il tempo perso, per quei momenti in cui avrei voluto ridere di più, in cui avrei dovuto essere più felice e più grata, e invece ero entrata in una modalità di sopravvivenza: semplicemente non ero io.

Giorno dopo giorno, mi sentivo sempre peggio, sempre più spaventata ad ammettere quanto sembrassero bui quei giorni e quanto mi fossi chiusa nella mia solitudine. Non credo di essermi mai sentita peggio, soprattutto quando, due settimane dopo, mio marito è tornato al lavoro.

Dopo l’operazione camminavo a stento, per non parlare del resto: mio figlio con le sue colichette mi stava appiccicato per tutto il tempo; riusciva a piangere anche per 6 ore di seguito, senza pause, senza dormire, senza che io avessi nessun momento per me.

Come era prevedibile, ma in maniera inaccettabile, mi sono ritrovata in un corpo che non era mio, rovinato dall’operazione, insieme alla mia autostima.

Ovviamente so che molte di voi hanno sofferto anche senza aver vissuto una gravidanza e un parto traumatici, che la nascita di un figlio e ciò che ne consegue sono già difficili di per sé.

Il primo figlio è un duro colpo e, che vogliamo ammetterlo o meno, la maggior parte di noi ha passato un periodo di depressione per la mancanza della nostra vecchia vita, del sonno, della libertà. Perché essere genitore ti cambia.
Improvvisamente, parafrasando Miranda in Sex and the City, c’è una giraffa nella stanza che dipende completamente da te per sopravvivere.

Ma… e se tu non fossi forte abbastanza? E se tu fossi debole, e stanca, e avessi perso tutta la tua forza e la fiducia in te stessa?

Le tue spalle stanche, pesanti a causa delle grosse responsabilità, rendono quasi impossibile la richiesta di aiuto. Perché non ce la fai più. Non oggi. Ti serve una pausa.

Ma il tuo orgoglio ti impedisce di chiedere aiuto, ti senti una fallita, la più grande fallita del mondo, e metti in discussione la maternità, la cosa più naturale del mondo, ma anche la più difficile. E così incolpi te stessa. Sì, deve essere senza dubbio colpa tua.

Dire di non sentirsi al top, quando tutto intorno a te (e per tutto, intendo il disegno che ti eri fatta nella tua testa molto prima di partorire e le storie che ti eri raccontata su come sarebbe stata la tua vita con un bambino) ti dice che sei in caduta libera, che non hai parole per spiegare, che non riesci ad allungare le mani per farti aiutare, o anche solo per essere sostenuta.

Ho un marito, Peter, che mi dà tutto l’amore e il sostegno di cui ho bisogno, e dei genitori che farebbero di tutto per i loro nipoti, ma loro vivevano a Leeds e noi a Londra, e quando venivano da noi non potevano fermarsi che per qualche giorno.
Non ho mai fatto parola di tutto ciò, neanche durante i periodi più bui, quando perdevo la testa, quando contavo le ore che mancavano al ritorno di Peter dal lavoro. Niente nemmeno sul mio sentirmi persa, non stimolata, né sul fatto che la maternità mi sembrava qualcosa di troppo grande per me. Niente.

Avevo paura che gli altri si sarebbero preoccupati per me, che mi avrebbero detto che non ero una buona madre. In più, quando ne parlavo col mio medico, lui mi diceva che non si trattava di depressione post parto, che sembravo star bene. Ma poi, dopo la nascita del mio secondo figlio, mi sono resa conto che avevo sofferto di disturbo post traumatico da stress, che avevo bisogno di essere circondata dalla mia famiglia e da persone che mi supportassero e mi aiutassero.

Passare dalla mia vita precedente a me e al mio bambino da soli è stato strano, sebbene amassi quel bambino. Era come se non sapessi cosa fare, come se trascorressi dei giorni senza fare qualcosa di reale o senza sapere cosa sarebbe successo dopo. Senza obiettivi, senza sapere se avrei di nuovo ripreso in mano la mia vita né a cosa mi avrebbe portato la mia vita nuova, ma incerta.

La cosa che mi aiutò meno, fu che la maggior parte dei miei amici, al tempo, erano single e senza figli; io ero stata la prima ad avere un figlio e sì, mi sono fatta nuovi amici che avevano dei bambini, ma la pressione di dare il meglio di sé davanti a qualcuno che conosci appena era troppa e mi fece sprofondare ancora di più.

Alla fine i miei sentimenti dovettero cedere, non potevo più andare avanti fingendo che tutto andasse bene. Finalmente chiesi aiuto e, per fortuna, i miei amici e la mia famiglia accorsero subito.

Quando Oliver compì 10 mesi, prendemmo la decisione di trasferirci a Leeds, per stare vicino alle persone che amo in una città che è la mia casa. Avvolta in una coperta di amore e cure incondizionati, mia madre era lì ad aiutarmi con le cose di tutti i giorni e con Oliver il che, ben presto, iniziò a farmi sentire molto meglio.

Se solo avessi saputo che aprirmi mi avrebbe aiutato così tanto…

Con questa nuova forza (che ironia! Sentirsi più forti dopo aver ammesso di essere deboli), chiesi al mio nuovo medico di poter andare in terapia.

Forse in quel momento apparivo più forte di quanto mi sentissi. Forse, invece, così forte lo ero sempre stata.
Con l’aiuto del terapista, abbiamo creato un kit di primo soccorso per me, abbiamo parlato in maniera approfondita del passato, delle mie paure, dei miei obiettivi, e ho costruito una base di aiuti che mi aiutassero a superare lo stress.
Per lo più, mi faceva domande che riuscii finalmente ad affrontare e a cui risposi e, lentamente e con il suo aiuto e con l’aiuto di tutti, ritornai a sentirmi me stessa. Mi ero finalmente resa conto e avevo accettato il fatto che le cose brutte accadono, e solo così riuscii a riprendere in mano la mia vita e andare avanti. Ero guarita quasi completamente dall’esperienza del parto e dalla tristezza e dalla malinconia che ne erano derivate.

Ho aperto un blog e ho cominciato a scrivere, anche se inizialmente ironizzavo per esorcizzare il tutto. Scrivere era un’altra forma di terapia. Mi ha aiutato a riscoprire la mia voce in un momento in cui pensavo di non averne e mi ha messo in contatto con altre persone che erano passate attraverso i miei stessi problemi.

Scrivere è stato prima di tutto un momento per me e poi anche un lavoro.

Ho vinto un premio a sole poche settimane dall’apertura del mio blog. Ho pianto. La mia voce risuonava, in qualche modo, riecheggiava e intratteneva, la stessa voce che pensavo di non avere più. E quel premio mi ha dato la forza di riprendere in mano la mia vita.

Dopo circa un anno, quando Oliver aveva ormai 2 anni, scoprii di essere di nuovo incinta e, nonostante mi diagnosticarono di nuovo la colestasi gravidica e mi si prospettava un altro parto traumatico, le cose andarono diversamente. Grazie alle cure dei medici, le cose andarono bene.

Alexander, coi suoi capelloni e gli occhi a mandorla, somigliava troppo al suo fratello maggiore, ma questa volta io ero diversa, mi sentivo forte, avevo tutto sotto controllo ed ero felice.

Quindi, perché ne parlo adesso?

Volevo mettere nero su bianco perché ho provato tante volte prima di oggi a farlo, senza trovare le parole adatte per condividere il fatto che nonostante il buio c’è sempre uno spiraglio di luce. Quello di cui avevo paura allora era che un giorno mio figlio, guardandosi indietro, se ne sarebbe rattristato. Ma io, suo padre e i suoi nonni lo abbiamo amato e lo amiamo così tanto che, nonostante quei 10 mesi, spero che lui non conosca mai quel dolore.

Abbiamo tante foto di lui, della sua faccia paffuta piena di yogurt, del suo sorriso mentre guarda me, sua madre, il suo mondo. Sul cellulare abbiamo video della sua risata contagiosa, delle nostre camminate sui nostri ponti preferiti a Londra e a Bristol, dove abbiamo vissuto per un po’, delle lezioni di musica a cui l’ho portato… e in ognuno di questi lui mi guarda con quei suoi occhioni enormi e mi sorride. Un bambino felice che adorava la sua mamma, e che la adora tuttora. Il mio unico cruccio è stato non chiedere aiuto prima. Perché, nonostante io sia una perfezionista al lavoro, questo approccio non ha funzionato nella vita vera.

Ho pianto tanto scrivendo questo post, ma so che è arrivato il momento di condividere quel momento difficile della mia vita, sperando di poter aiutare chi si sente come io mi sono sentita tanti anni fa, e per offrirgli oggi la forza per chiedere aiuto e per capire che non siamo soli.

Questa è la mia storia, probabilmente non una bella storia, ma di sicuro una storia vera, che viene dritto dal cuore e che spero possa essere di supporto per chi sta soffrendo di depressione post parto.

Se mi stai leggendo, ricordati che passerà tutto; che la vita può migliorare, anzi migliorerà; che col tempo, l’aiuto e l’amore anche tu, come me, puoi guarire.

Con affetto…

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.